Il risorgere di movimenti di estrema destra nell’era di Trump ha riacceso il dibattito senza fine sulla libertà di parola e sui suoi limiti. La questione era più accesa che mai sulla scia delle violenze dello scorso anno a Charlottesville negli USA, quando l’ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili) fu pesantemente criticata per aver difeso i diritti di libertà di parola dei nazisti, razzisti e di altri idioti. Il problema continua ad essere esplorato, e ad oggi più che mai negli states ed in Europa vengono avanzate richieste alle istituzioni governative di fare qualcosa per contrastare le parole odiose (ma spesso perfettamente legali) dell’estrema destra.

È importante avere una prospettiva: possiamo tutti ricordarci delle misure implementate durante la “guerra al terrorismo”, per farla breve: la strumentalizzazione dell’estremismo islamico per approvare leggi che -si- contrastano il terrorismo, ma a seguire contrastano anche e soprattutto le nostre libertà, sacrificate per una maggiore sicurezza. Ad oggi possiamo vedere nel tema fascismo-antifascismo un parallelo nelle dinamiche di individuare una minaccia, ed essere pronti a sostenere misure repressive senza badare alle libertà che si sacrificano.

Non che estremismo di destra, movimenti razzisti, etc. non siano reali minacce, ma c’è da chiedersi però, se chi ci pone queste istanze offrendo come soluzione l’intervento dello stato e leggi speciali, non sia pericoloso quanto (se non di più) delle minacce inizialmente individuate.

Più specificamente, ci sono buone ragioni storiche per cui la sinistra non dovrebbe sostenere tali misure in nome di un fascismo imminente. Come dimostrano numerosi esempi, dal Public Order Act del Regno Unito, il “Brown Scare” negli Stati Uniti e molti altri, una volta che gli strumenti di repressione sono stati schierati contro organizzazioni estremiste, il mirino si sposta inevitabilmente verso sinistra.

Il fascismo ed il razzismo sono delle brutte bestie, pericolose, violente ed al loro peggio, assassine. Ma investire le autorità statali con il potere di sopprimere questi movimenti oggi non garantiscono che non verranno utilizzate contro la sinistra domani.

L’esempio storico Inglese del Public Order Act

3 ottobre 1937: il politico fascista britannico Sir Oswald Ernald Mosley alla giuda di una marcia a Londra

Gli anni ’30 furono un periodo di boom per le organizzazioni fasciste nel Regno Unito, dove l’Unione Britannica dei Fascisti di Oswald Mosley (BUF) vantava 34.000 membri, un centinaio di candidati parlamentari, ed i fascisti marciavano regolarmente nelle strade scatedando spesso scontri con contro-manifestazioni in tutto il paese.

La risposta fu l’atto di ordine pubblico (Public Order Act) del 1936. Oltre alle clausole volte a mettere al bando le attività in stile paramilitare del BUF, la legge diede anche alle autorità ampi poteri per limitare e controllare tutte le proteste pubbliche – ad esempio, per stabilire quando e dove una manifestazione potesse andare – se una “manifestazione può causare gravi disordini pubblici”. Addirittura anche vietare le proteste del tutto in una determinata area per un periodo di tre mesi. Ciò fu ritenuto necessario a causa dei frequenti episodi di disordine pubblico causati dalle marce fasciste.

Ma la legge non era stata progettata esclusivamente per trattare con i fascisti. Fu anche una risposta alla preoccupazione delle autorità sull’organizzazione comunista e al Movimento Nazionale dei Lavoratori Disoccupati (NUWM), un gruppo creato più di un decennio prima dai membri del Partito comunista della Gran Bretagna che nel 1934 portò 100.000 manifestanti a Hyde Park.

Eppure, era la minaccia incombente delle Camicie Nere che più direttamente ha portato alla sua promulgazione da parte del governo al potere. La precedente legislazione volta a frenare l’influenza comunista era stata contrastata dall’opposizione laburista. Ma con i fascisti che ora si impegnavano in regolari attacchi di violenza di strada, Labour diede alla nuova legislazione la sua benedizione.

Come sosteneva il parlamentare laburista Herbert Morrison: “Un’organizzazione politica che ha lo scopo di distruggere la libertà di azione e la libertà dell’organizzazione politica non può sostenere la causa della libertà per portare avanti la sua agenda”. Il ragionamento sembrerebbe non fare una piega: i fascisti volevano distruggere le libertà politiche fondamentali, quindi non meritavano la protezione di quelle libertà.

La quinta parte del disegno di legge, che a quel tempo aveva raccolto poca attenzione, sarebbe diventata tristemente rilevante nei decenni successivi. La sezione rendeva reato l’uso di “parole o comportamenti minacciosi, offensivi o offensivi” in un luogo pubblico, una misura che il leader laburista John Robert Clynes sosteneva avrebbe combattuto l’uso di insulti razzisti. Il disegno di legge fu convertito in legge effettiva con solo alcune obiezioni da parte di sostenitori delle libertà civili e con le preoccupazioni di alcuni parlamentari laburisti.

E in effetti, la legge venne utilizzata dalle autorità per indebolire il BUF e tenere le camicie nere fuori dalle strade. E fu invocato più volte nei decenni successivi contro altri gruppi razzisti, in particolare durante il loro risorgere negli anni ’70.

Ma il Public Order Act ha superato di gran lunga il picco dell’attività dei target previsti.

Con il fascismo britannico che si è ritirato definitivamente dalle sue vette degli anni della depressione economica, i poteri della legge sono stati rivolti contro il lato opposto dello spettro politico.

In particolare la quinta sezione della legge (parole o comportamenti minacciosi, offensivi o offensivi). Come hanno scritto in seguito i professori di legge Keith Ewing e Conor Geraty, “la storia dell’uso della sezione 5 è stata spesso una di utilizzo contro le proteste di sinistra”.

Ad esempio, il commissario della Metropolitan Police ordinò un divieto di tre mesi di manifestazioni nel distretto di St Pancras durante lo sciopero degli affitti del 1960, che vide migliaia di inquilini resistere agli aumenti drammatici degli affitti e agli sfratti, portando a un eventuale marcia sul municipio locale. L’associazione degli inquilini all’epoca chiamava il divieto “legge marziale”, mentre i laburisti – che avevano facilitato il passaggio originale della legge ora usato per mettere a tacere gli inquilini – dissero che erano “atterriti dall’azione antidemocratica”.

I fatti di St Pancras erano un uso precoce e di alto profilo del Public Order Act, ma nei decenni successivi ci sarebbero stati innumerevoli esempi, tra cui:

  • L’imputazione di sette uomini nel 1961 sotto la quinta Sezione della legge per aver protestato contro l’assassinio di Patrice Lumumba, il primo leader eletto della Repubblica Democratica del Congo.
  • Il divieto della polizia metropolitana del settembre 1961 di una marcia programmata per il disarmo nucleare nel centro di Londra. (Dodicimila persone ignorarono l’ordine, di cui quasi un migliaio furono arrestati).
  • L’imputazione di quarantadue persone per aver partecipato a una manifestazione presso l’ambasciata greca a Londra per protestare contro il colpo di stato militare del 1967.
  • L’imputazione di sei manifestanti anti-segregazione a Oxford nello stesso anno.
  • L’imputazione di un dimostratore anti-apartheid per un invasione di campo durante Wimbledon nel 1972.
  • L’arresto di dieci giornalisti che stavano picchettando gli uffici dei giornali a seguito di una licenziamento di duecento dipendenti.
  • La denuncia dei manifestanti che protestavano per una visita del primo ministro indiano Indira Gandhi, che aveva recentemente gettato in prigione migliaia di suoi avversari politici.
  • L’imputazione di membri di un gruppo comunista pro-IRA, che aveva protestato contro gli abusi della polizia a seguito di un improvviso attacco da parte di agenti ad una loro iniziativa.

Forse l’uso più diffuso della legge per punire manifestanti non-fascisti è venuto durante lo sciopero dei minatori del 1984-86, quando il governo Thatcher lanciò un giro di vite senza precedenti contro gli scioperanti, arrestando e processandone a migliaia.

Giugno 1984, la Battaglia di Orgreave – i media mainstream tentarono di dipingere la polizia come eroi in seguito. La realtà era che alla polizia era stato dato l’ordine creare disordini per distruggere la simpatia pubblica per i minatori e picchiare brutalmente i manifestanti disarmati.

“Mai in questo secolo il potere coercitivo dello stato è stato usato su scala così massiccia contro un gruppo di individui chiaramente identificati, tranne che nell’Irlanda del Nord contro la comunità nazionalista irlandese”, hanno scritto i sociologi Janie Percy-Smith e Paddy Hillyard in uno studio del 1985.

Secondo la analisi dell’Home Office, 4.107 delle persone accusate (il 39 percento) furono imputate ai sensi della Sezione 5 del Public Order Act. Le prove suggeriscono che le accuse della sezione cinque erano “spesso arbitrarie, senza alcuna rilevanza al comportamento effettivo della persona arrestata”.

Questo è un chiaro esempio storico del modo in cui le misure intese a combattere un discorso altrimenti legale ma riprovevole saranno quasi inevitabilmente abusate dalle autorità.

Chi ci perde realmente

Per noi a sinistra, le leggi ben intenzionate che conferiscono alle autorità il potere di ripulire il discorso pubblico hanno l’abitudine di girare, per poi tornare a colpirci (come un boomerang!). Le leggi contro l’incitamento all’odio in tutto il mondo sono usate per criminalizzare il dissenso e le critiche legittime, vedi i numerosi casi in cui i movimenti BDS per il boicottaggio di Israele sono legalmente definiti “incitatori di odio” – vedi qui. In molti casi, le misure anti “fake news” (anche le bufale che hai visto su Facebook sui migranti negli hotel a 5 stelle etc.) hanno ridotto al minimo le voci marginali, comprese quelle che combattono il bigottismo – vedi qui.

E il più delle volte, le voci silenziate finiscono per essere quelle a sinistra. In fin dei conti, i punti di vista e l’attivismo di sinistra tendono ad essere anti-autorità e sfidano strutture di potere radicate, rendendole un chiaro bersaglio per la repressione.

Pragmaticamente parlando: i fascisti non dovrebbero godere di libertà politiche e di espressione, essendo in loro natura anti-agenti di queste, se ne dovessero godere non farebbero altro che usare l’agibilità ottenuta per distruggere le libertà degli altri.

Se il fascismo si potesse battere con la dialettica, l’Italia e la Germania non ne sarebbero state vittime il secolo scorso.

Ma finché noi saremo all’opposizione dello stato, noi dobbiamo combattere il fascismo, e delegare alle autorità la repressione dell’estremismo di destra non può che essere controproducente.

L’articolo è in parti tratto e tradotto dalla pubblicazione “The Anti-Fascist Boomerang” di Branko Marcetic su Jackobin https://www.jacobinmag.com/2018/08/fascist-free-speech-repression-far-right