Un esempio di come le grandi corporazioni, agenzie e istituzioni hanno padroneggiato l’arte di prevedere i nostri comportamenti.

Chi segue le news internazionali di recente avrà sicuramente visto o sentito della nuova pubblicità della Nike per il trentennale della campagna #JustDoIt, pochi giorni fa la compagnia sportiva ha scatenato le ire della destra americana quando ha deciso di usare il volto dell’(ex?) giocatore di football americano Colin Kaepernick, il quale è al centro di agitati dibattiti politici americani dal 2016 quando in protesta contro il fenomeno degli abusi di polizia nelle comunità afro-americane decise di inginocchiarsi al suonare dell’inno nazionale prima delle partite, piuttosto che stare sull’attenti come la cerimonia richiede. A seguire fu soggetto a feroci critiche, i media conservatori e persino il presidente Trump lo accusarono di tradire e disonorare il proprio paese e la propria bandiera, tanto che alla stagione successiva, nonostante sia un giocatore eccezionale, non ha avuto né il rinnovo del contratto né offerte da altre società – ha in altre parole sacrificato la sua carriera per la protesta portata avanti – da qui lo spunto della Nike ad usare la frase “credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto”.

Kaepernick nel 2016 ha sicuramente toccato un nervo nella società americana, che è di anno in anno sempre più spaccata e polarizzata su interpretazioni opposte dei fenomeni e delle contraddizioni che la abitano, ed è diventato (come quasi tutti i personaggi pubblici che si esprimono sulle questioni politiche e sociali degli ultimi tempi) una figura divisiva, da amare o da odiare.

Adesso, l’argomento è vasto, e degli aspetti di cui se ne potrebbe parlare (e di cui se ne parla) sono tanti, a partire dalla contraddizione di promulgare messaggi sociali progressisti con una corporazione multinazionale alle prese ancora oggi con numerosi scandali, come lo sfruttamento di lavoro minorile in paesi del terzo mondo.

Ma questo non è un articolo su tali ovvie conclusioni. Kaepernick avrà avuto i suoi motivi per accettare l’offerta Nike che non staremo qui a discutere, piuttosto l’aspetto che risulta di particolare interesse circa la decisione da parte della Nike di usare Kaepernick, che sembrerebbe non essere riportato in nessun media o dibattito: l’utilizzo dei big data.

Non ci vuole molto per capire che alla Nike non interessa più di tanto cimentarsi in battaglie sociali (tanto meno sulla questione degli abusi di polizia) piuttosto ha come obiettivo una cosa ben specifica anche piuttosto scontata: aumentare le vendite. Allora c’è da chiedersi, non è stata forse una mossa azzardata investire in un personaggio così divisivo? A seguire dell’annuncio della scelta del testimonial, i call center e i social media Nike sono stati letteralmente presi d’assalto dalle proteste. Le associazioni di polizia hanno fatto inviti al boicottaggio, e sui social media è possibile vedere decine e decine di video e foto di ex-clienti dare fuoco alle loro scarpe e capi di abbigliamento Nike.

Ma al contrario di quello che vorrebbero tutti questi ex-clienti, il numero delle vendite dopo il lancio della pubblicità in questione sono aumentate del 31%!

Qui il fatto interessante, la Nike non ha rischiato e non ha giocato d’azzardo, nonostante chiunque conosca gli Stati Uniti contemporanei penserebbe lo abbia. La Nike ha individuato la pubblicità che al momento gli avrebbe dato il maggior incremento di vendite (e sembrerebbe di fatti che abbiano visto bene). Come ha fatto? Usando i dati (anche i tuoi probabilmente).

Al giorno d’oggi il data mining (la raccolta dati) è forse la pratica più importante al mondo, tutte le grandi organizzazioni ci investono enormi risorse e tempo. Sappiamo ovviamente che lo fanno in particolare i governi e le compagnie della Silicon Valley (Google, Apple, Facebook, etc.) e che questi dati vengono poi scambiati e venduti tra entità. Vengono creati profili per ogni persona, e questi profili vengono poi arricchiti con più dati possibili (Facebook chiede persino alle banche le informazioni finanziarie dei suoi iscritti, vengono creati modelli complessivi di dati in piccola, media e grande scala, intercollegati e tanto altro ancora, il tutto in modo da poter prevedere i comportamenti delle persone, vendere meglio con pubblicità mirate e fatte su misura, oppure prevedere cambiamenti sociali specie nel caso di agenzie governative.

Nike ha evidentemente creato un modello informatico così elaborato di tutti i suoi clienti, di tutte le sue transazioni, vendite, punti vendita, etc. etc. da poter simulare realisticamente l’effetto di stimoli e azioni, anche drastiche, come usare Kaepernick come modello.

Ed evidentemente (come questo modello avrà predetto) persone di destra e conservatrici sono sacrificabili e di minore importanza rispetto alle persone invece attratte a comprare con l’attuale pubblicità.

Perchè questo è importante: è uno degli esempi più chiari, ed avanzati, dell’utilizzo dei moderni sistemi informatici che contengono big data per prevedere accuratamente il comportamento delle masse e della società.

Se in questo caso parliamo di una campagna pubblicitaria di una corporazione sportiva, immaginiamoci dell’utilizzo che ne fanno i governi, le banche, multinazionali, etc. in un mondo sempre più definito e quindi prevedibile e controllabile. Forse anche la sinistra dovrebbe trovare il suo approccio al data mining invece di fare esclusivamente campagne per la privacy?