«E’ durante i bombardamenti che ti senti più indifeso, perché senti il suono della bomba che cade ma non sai dove cadrà. E se il missile cadrà vicino a te, non servirà nasconderti.» Alfonso Cano ha imparato a riconoscere il tipo di proiettile che spara l’esercito Ucraino in base al suono che fa quando cade. Due anni fa questo giovane di 27 anni di Zarzal, Valle del Cauca, si è unito alla milizia comunista che lotta contro il Governo di Kiev.

Il suo nome è “Alfonso Cano”, il suo, il vero nome, è un mistero. Lo nasconde sotto l’identità del comandante guerrigliero delle Farc, che dice di ammirare, per evitare che sia riconosciuto e incarcerato per aver partecipato ad una guerra in cui la Colombia non è implicata.

”Per me, Alfonso Cano rappresenta la lotta per il popolo. E’ un modo di dirlo alle Farc che non sono soli e che c’è gente in altri stati che cerca di contrastare le ingiustizie del mondo.”

Qui tutti utilizzano un nome in codice, una specie di maschera che li protegge dal riconoscimento da parte dei propri paesi d’origine. Cano è l’unico colombiano combattente in questa guerra, però non è l’eccezione. Sulle sue tracce, incontriamo altri latino-americani ed europei, che come lui militavano nei partiti comunisti prima di abbandonare la propria vita e unirsi alla milizia ribelle che lotta in Ucraina. Non sono mercenari nè sono mai stati reclutati: sono volontari di guerra. Lasciano alle spalle la quotidianità in Brasile, Cile, Spagna, Francia oppure in Italia, in cambio di un fucile e di una vita nelle trincee.

Prima della guerra, Alfonso Cano viveva in Spagna. Si trasferì lì a 10 anni, con sua madre, perché pensava di trovare opportunità che mancavano in Colombia. “Da quando sono arrivato in Spagna ho cominciato a chiedermi il perché delle cose, e perché abbiamo dovuto andare in Colombia, e quindi mi sono reso conto delle ingiustizie sociali e delle differenze di classe. Penso che sia stato da lì che ho cominciato ad avvicinarmi ai movimenti di sinistra ed al comunismo”.

E’ cresciuto come un immigrato a Madrid, Murcia e Saragoza. Ha studiato musica, ha trascorso del tempo nell’esercito spagnolo e fondato il Movimento dei Giovani Comunisti Murcianos. Quando la guerra è cominciata in Ucraina ha organizzato dalla Spagna manifestazioni a favore dei separatisti, ma sentiva che non era sufficiente, quindi ha viaggiato in Russia, dove ha illegalmente attraversato il confine con l’Ucraina e si è arruolato nella milizia comunista del Donbass dove già da alcuni mesi altri stranieri impugnano le armi.

Dal suo arrivo, Alfonso raccoglie in una pagina Facebook, creata con un falso nome, decine di video che registra con il cellulare. In questi video si vede il giovane colombiano che schiva le pallottole dei cecchini, mentre la raccoglie legna da ardere, o si prende gioco della morte dopo la caduta di un missile.

Cano potrebbe essere condannato a 15 anni di carcere se il governo spagnolo lo fermerà e lo accuserà di terrorismo, come ha fatto qualche mese fa con sei spagnoli che hanno combattuto con lui nel Donbass. Così come l’Unione Europea, anche il governo di Kiev li considera militanti “terroristi”, infatti ad un controllo che ci hanno fatto entrando nel paese, quando abbiamo ottenuto la nostra carta per la zona ATO c’era scritto: Zona dell’Operazione Antiterrorismo.

I nuovi arrivati e gli esperti si addestrano al poligono, un enorme campo d’addestramento dove fanno pratica i separatisti del Battaglione Vostok. Ci troviamo Alfonso Cano mentre affina l’abilità nel tiro con il fucile da cecchino. La medaglia che porta al petto ricorda il combattimento eroico all’Aeroporto di Donetsk. E’ difficile intervistarlo nel bel mezzo dei colpi e del suono lontano delle bombe, ma lui è impassibile. “Dopo due anni di guerra ci si abitua al rumore dei missili. Quello a cui non ci possiamo abituare sono i 30 gradi sotto zero dell’inverno” scherza mentre gioca con un fucile seduto al centro del poligono.

Questa è la sua settimana di “riposo”, dove si ricorda cosa vuol dire dormire su un materasso. Il resto del tempo viene speso al fronte, dietro il mirino del suo fucile, dormendo nella trincea, mangiando una specie di brodaglia. Durante i primi mesi non capiva una parola di russo o di ucraino. Eseguiva ordini che non capiva.

La guerra civile cambia tutto. Abbiamo visto le case ridotte in cenere; autobus e ambulanze diventate colabrodo, e stadi di calcio, come lo Shakhtar Donetsk, dove c’era stata la Champions League, trasformata in campo profughi. Mentre i morti si contano in migliaia e le bombe cadono su entrambi i lati, Alfonso Cano rimarrà nel Donbass: “Non ho nessuna data di ritorno. Questa data sarà la fine del conflitto, e vinceremo”. Come lui, molti altri continueranno a venire, disposti a morire in un paese che sentono come loro, credendo di combattere dal lato giusto della guerra, se c’è mai una guerra con un lato giusto.»

Intervista di Elisabet Cortiles Taribo, pubblicata su El Spectador

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